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Cinder – Marie Sexton

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Titolo: Cinder
Titolo originale: Cinder

Autore: Marie Sexton
Traduttore: Laura Di Berardino

Edizione Ebook 978-88-98426-36-2

Lunghezza: 95 pagine
Collana: Fantasy
Formato: pdf, epub, mobi

Trama:
Eldon Cinder darebbe qualsiasi cosa per vedere il principe Xavier un’ultima volta, ma solo le donne sono invitate al ballo reale. Quando la strega gli offre di trasformarsi in donna per una sola notte, Eldon accetta.

Un incantesimo.

Una notte.

Un ballo.

Che cosa potrebbe andare storto?

Capitolo 1

C’era una volta una bella fanciulla che si innamorò perdutamente di un giovane e bel cavaliere. Vissero una magica storia d’amore, poi il cavaliere trascinò la sua donna in una terra molto lontana e la sposò.

Ma non vissero felici e contenti.

Dieci anni dopo il loro matrimonio, rimasero uccisi in un incendio, lasciando me, il loro unico figlio, alle cure della sorella gemella di mia madre. La zia Cecile era rimasta recentemente vedova con due figlie. Era già abbastanza brutto che mia madre fosse scappata con un cavaliere piuttosto che sposare un vero e proprio gentiluomo, gettando così una macchia nera sul buon nome di famiglia, e ora mi aveva addirittura lasciato senza soldi né eredità. Zia Cecile già nutriva una grande quantità di risentimento. Doversi accollare anche me non migliorò la sua propensione nei miei confronti. E se qualche volta mi veniva da pensare che il destino era stato un po’ ingiusto, preferivo non soffermarmi su quell’argomento.

Il giorno in cui incontrai il principe era cominciato come qualsiasi altro. Mi alzai presto per fare le faccende: alimentare il fuoco, raccogliere le uova, dare da mangiare agli animali e quindi aiutare la nostra vecchia cuoca, Deidre, a preparare la colazione per la famiglia. Le mie cugine, Jessalyn e Penelope, erano più agitate del normale.

«È come vi dico, madre,» disse Penelope, «i servi non parlano d’altro.»

Jessalyn guardò volutamente nella mia direzione e alzò gli occhi. «Servi?» chiese con evidente disprezzo. «Cosa ne sanno loro?»

«A volte, abbastanza,» rispose zia Cecile. «I servi sanno ascoltare. Vedono cose che gli altri non vedono.» Si voltò verso di me. «Cinder, cosa hai sentito?»

Raramente si prendevano la briga di parlarmi, se non per darmi ordini. La domanda di Cecile mi colse alla sprovvista. Non avevano mai chiesto la mia opinione su qualcosa. Mi schiarii la gola.

«Beh, ho sentito le stesse cose che ha sentito Penelope: che il principe è in città. Ma ho anche sentito che c’è un gruppo di nani cercatori di diamanti che vivono nei boschi, e che il re sta bruciando ogni arcolaio nelle sue terre perché ha paura dei fusi, e che la cameriera di Bella ha baciato una rana che si è trasformata in duca.» Mi strinsi nelle spalle. «I servi spettegolano molto. Non credo alla maggior parte delle cose che sento.»

«Vedi?» disse Jessalyn a sua sorella. Erano gemelle, ma non del tutto identiche. Entrambe avevano bei capelli lunghi e scuri e visi gradevoli, ma quello che c’era di grazioso in Penelope era incantevole in Jessalyn. Tutto in lei sembrava brillare. Purtroppo, la sua personalità non corrispondeva esattamente al suo bell’aspetto. Sogghignò verso di me con disgusto. «Nient’altro che menzogne e dicerie.»

Ma zia Cecile non era pronta ad accantonare la cosa. «Chi dice che il principe è qui?» mi chiese.

«Beh, l’ho sentito da Tomas, che l’ha sentito da Anne, che l’ha sentito da Tabby. La cameriera di Tabby l’ha sentito dal fratello. Lavora presso la stalla della locanda lungo la strada. Lui le ha detto di aver parlato con una delle guardie del principe, e la guardia gli ha detto…»

«Che il principe è venuto per cercare moglie!» terminò Penelope per me. Stava praticamente rimbalzando sulla sedia per l’eccitazione.

«Giusto,» conclusi. «È quello che ho sentito.»

Jessalyn mi guardò con fredda aria calcolatrice, poi si voltò verso la sorella e la madre. Odiava dover essere d’accordo con me su qualcosa, ma non era stupida. Era ovvio che non avesse nulla da guadagnare continuando a insultarmi, mentre aveva tutto da guadagnare abbracciando il dramma. Stava chiaramente valutando la situazione, cercando di decidere come cambiare schieramento e far sembrare come se fosse stata sempre nel giusto.

«Penny ha ragione,» disse infine a sua madre. «Se il principe è venuto qui, ha dovuto alloggiare alla locanda lungo la strada e il fratello di Tabby lavora lì. E se è vero che lo scopo della sua visita è trovare una sposa, allora dobbiamo essere preparate. Volete che facciamo una buona impressione, non è vero?»

Zia Cecile sorrise con indulgenza a sua figlia. «Certo che sì.»

E fu così che la zia Cecile fece salire Jessalyn e Penelope in carrozza e si diresse verso la sarta per assicurarsi che entrambe avessero dei vestiti nuovi.

«Ci vorrà qualcosa in più che dei bei vestiti per fare in modo che quelle due imbecilli entrino a palazzo,» mi disse Deidre quando se ne furono andate. «Brutte ragazze!»

«Non sono brutte, però,» dissi. «Soprattutto Jessalyn ha una buona possibilità di catturare l’attenzione del principe.»

«Bah!» sputò lei. «Può prendersela. Se tutto quello che vuole è un bel viso, si merita di finire con una mocciosa come Jess.»

Sospettavo che il principe sarebbe stato davvero più interessato a un bel viso, in particolare a curve aggraziate e a una bella scollatura, ma scelsi di non condividere la mia opinione con Deidre. «Scendo al fiume,» le dissi. «Catturerò qualche pesce per cena.»

«Non dimenticarti di lasciarne un po’ per la strega.» Me lo ripeteva ogni volta.

«Non lo farò.»

Mi avviai attraverso il bosco con la mia canna sopra la spalla. Era una bella giornata d’autunno. Il sole splendeva attraverso i rami, illuminando a chiazze il terreno ricoperto di muschio. Gli uccelli cantavano sugli alberi. Gli scoiattoli mi guardarono con sospetto mentre correvano tagliandomi la strada. Mi sentivo incredibilmente fortunato che mi fosse concesso un po’ di tempo libero in una mattina così stupenda. Mentre camminavo, fischiettavo una melodia che ricordavo dai tempi dalla mia giovinezza.

Era bello essere vivi.

A metà della strada che conduceva al fiume, c’era una piccola radura nel bosco. Era un posto dove mi sedevo spesso quando avevo del tempo libero. Di solito era vuoto, salvo per la fauna selvatica, ma non quel giorno. Nel centro del piccolo prato c’era un uomo. Aveva circa la mia età, alto e bello. E indossava una scarpa sola. Raramente vedevo qualcuno nel bosco e la cosa mi sorprese.

«Buongiorno,» disse mentre mi fermavo.

«Buongiorno anche a te,» riuscii a rispondere.

«Bella giornata, non è vero?»

«Sì.»

«Ehi, fa attenzione a Milton.»

«Chi?» chiesi.

In quello stesso istante, qualcosa di enorme mi colpì da dietro, sbattendomi faccia a terra. Un peso enorme sulla mia schiena mi teneva giù. Il mio primo pensiero fu che stavo per essere derubato, salvo che non avevo niente che potesse essere rubato. Il mio secondo pensiero fu che Milton, chiunque fosse, aveva un problema di respirazione. Ansimava pesantemente nel mio orecchio, il suo respiro era caldo sulla mia nuca.

«Milton!» lo rimproverò l’uomo. «Lascialo andare!»

Il peso scomparve e Milton, che si rivelò essere il cane più grande che avessi mai visto, si precipitò ansimante al fianco del suo padrone dimenando la coda. Probabilmente pesava tanto quanto me. Aveva il pelo corto e le guance cadenti. Teneva una scarpa in bocca.

«Mi dispiace,» disse l’uomo riprendendosi la scarpa. «È ancora solo un cucciolo.»

«Un cucciolo?» risposi, rimettendomi in piedi, cercando di togliere la terra, le foglie e il muschio dalla parte anteriore della mia camicia. «È enorme.»

«Beh, sì. È la loro razza.» Si voltò, lanciò la scarpa verso il bosco e Milton gli corse allegramente dietro. «È il miglior cane da caccia del regno. O almeno così dicono.»

«Chi lo dice?»

«Il maestro del canile di mio padre. L’hanno allevato e addestrato. Dicono che potrebbe seguire un fantoccio a forma di cervo fino al lato opposto del mondo. Non che io abbia mai provato questa teoria.»

«Non gli credi?»

«Gli credo. Solo che non m’importa.»

«Perché no?»

«La caccia mi annoia. Devo cavalcare dietro Milton mentre lui fa tutto il lavoro, quindi devo macellare l’animale e portare la sua carcassa puzzolente a palazzo in modo che tutti possano complimentarsi e far finta che io abbia fatto qualcosa di speciale.» Si strinse nelle spalle. «Un sacco di uomini cacciano perché devono. Lasciamo il cervo a loro. Milton e io preferiamo giocare al riporto.»

Io ero rimasto fermo a una parola. «Palazzo?» chiesi. E poi la grandezza della mia stupidità mi raggiunse.

Mi lasciai cadere rapidamente in ginocchio, abbassando lo sguardo a terra. Eccomi qui, ero di fronte al principe e avevo parlato con lui come se fosse solo un altro servo. «Vostra altezza, vi prego di perdonarmi. No vi avevo riconosciuto.»

«Perché avresti dovuto? Non ci siamo mai incontrati.»

«Il mio comportamento è stato imperdonabile.»

Lui rise. «Al contrario. Non indosso nessun segno del mio titolo, salvo il mio anello, che puoi a malapena a vedere da dove ti trovi. Non ci siamo mai incontrati prima, il che significa che non avevi modo di sapere chi ero. Pertanto, mi sembra che il tuo comportamento sia del tutto perdonabile.»

Mi arrischiai ad alzare lo sguardo. Mi stava guardando con evidente esasperazione.

Sospirò. «Per l’amor del cielo, alzati!»

Prima mi ero sentito stupido per non averlo riconosciuto e, ora che l’avevo riconosciuto, mi sentivo stupido per aver pensato che avrei dovuto capire subito chi fosse. Mi alzai nuovamente in piedi, togliendo con le mani le foglie dalle ginocchia. Milton riportò la scarpa e il principe si voltò e la lanciò di nuovo verso il bosco. Sembrava aver dimenticato che ero lì. Rimasi a guardarli giocare, chiedendomi cosa diavolo dovessi fare. Da un lato, non avrei dovuto parlargli, e se avessi continuato a farlo sicuramente avrei detto qualche sciocchezza. Lui, dopotutto, era un principe e io non ero altro che un servo in casa di mia zia. Sarebbe stato inappropriato parlargli senza che mi rivolgesse lui la parola per primo. D’altra parte, non potevo andarmene senza congedarmi.

Mi chinai e recuperai la mia canna da pesca da terra, dove era finita quando Milton mi aveva abbattuto. Il movimento sembrò attirare l’attenzione del principe, che si rivolse a me.

«Te ne stai andando?» chiese.

«Sire, con il vostro permesso…»

«Basta!» Sospirò mentre gettava di nuovo la scarpa a Milton. Scosse la testa. «Mi piacevi molto di più quando pensavi che non fossi qualcuno di speciale.»

Questo mi sorprese. Gli ero piaciuto? Il mio cuore mancò un battito a quel pensiero.

Ma ora non gli piacevo più.

«Come ti chiami?» chiese.

«Cinder.» Solo che non era tecnicamente corretto. Cinder era il mio cognome ed era così che mia zia e le mie cugine mi chiamavano. Nessuno mi chiamava per nome. «Eldon.»

Lui alzò le sopracciglia. «Beh, qual è?»

«È Eldon Cinder.»

«È un piacere conoscerti, Eldon,» disse. «Io sono Augustus Alexandre Kornelius Xavier Redmond.» Rise. «Ma già lo sai, vero?»

«Sì, Sire.»

«Non chiamarmi Sire.»

«Ma…»

«Mio padre mi chiama August. Mia madre mi chiama Alex. Tu puoi chiamarmi Xavier.»

«Non sarebbe appropriato.»

«Appropriato è noioso.» Si voltò di nuovo verso di me. «Dove stai andando?»

«A pescare.»

«Davvero?» chiese, improvvisamente attento e interessato. Guardò la canna da pesca che avevo in mano. «Con cosa

Che razza di domanda era? Guardai la canna, cercando di vedere cosa ci fosse di strano.

«Davvero vai a caccia di pesci con un bastone?» chiese.

«È una canna da pesca.»

«Come funziona?»

Avrei potuto pensare che stesse cercando di farmi passare per pazzo, ma la sua espressione non era beffarda.  Sembrava sinceramente incuriosito. «Non avete mai pescato prima?»

«Mio padre dice che il pesce è per i contadini. Rifiuta di farlo servire. Ma una volta, sono sceso di nascosto fino ai quartieri della servitù e me ne hanno dato un po’. Era delizioso!»

Stavo cercando di decidere se fossi offeso per il commento sui contadini. Sembrava innocente. Guardò di nuovo la mia canna. «Li infilzi?»

«No! Metto un’esca sull’amo e, quando un pesce la inghiotte, io lo tiro fuori dall’acqua.»

«Quindi ne catturi uno alla volta?»

«Come altro dovrei fare?»

«Non ne ho idea,» disse sorridendo. «Non ci ho mai pensato.» Milton tornò nuovamente con la scarpa, ma invece di lanciarla ancora una volta, il principe mi fissò, gli occhi luminosi e allegri.

«Ci stai andando adesso?»

«Sì.»

«Perfetto,» disse infilandosi la scarpa sul piede nudo. «Fai strada!»

E così feci.

Era strano, camminare attraverso il bosco portando la mia canna da pesca, come facevo sempre, ma questa volta con un principe alle calcagna.

Mi voltai indietro per vedere se fosse veramente lì. Lui stava fissando le cime degli alberi, senza prestare attenzione a dove stava andando. Se l’avessi fatto io, sarei inciampato e caduto di faccia. A quanto pare, ai principi è concessa una grazia un po’ più naturale.

Milton abbaiava e giocherellava intorno a noi, correndo avanti per esplorare il percorso per poi precipitarsi di nuovo da noi come a dire, ‘Sbrigatevi, su! Non ho tutto il giorno!’ Poi ripartiva di nuovo, ululando e abbaiando come se fosse sulle tracce di qualche preda.

La foresta era silenziosa sul nostro cammino. Anche gli alberi sembravano trattenere il fiato, in attesa del passaggio di Milton e dei suoi due esseri umani lenti. Mi sentivo come se dovessi dire qualcosa, ma non avevo idea di cosa. Come si comincia una conversazione con un principe?

«Perché continui a guardarmi in quel modo?»

Non mi ero neanche accorto di cosa stessi facendo fino a quando me lo fece notare, ma aveva ragione. L’avevo fissato, per quanto si riuscisse a fare essendo lui dietro di me. Scossi la testa. «Questa è la cosa più strana che mi sia mai successa.»

«Andare a pescare?»

«Andare a pescare con voi, sì.»

«Stai dicendo che sono strano?»

Risi. Non riuscii a evitarlo. «Beh, voi siete il principe e state seguendo un servo per andare a pesca. A voi sembra normale?»

«Suppongo di no. Ma neanche tu sei proprio normale, no?»

«Cosa ve lo fa pensare?»

«Sai chi sono e non stai facendo nessun tentativo di ottenere qualche tipo di favore da me.»

«Preferireste fosse così?»

«Dio, no. Ma è così che di solito funziona. Tutti vogliono qualcosa. Denaro o un lavoro per il padre o un matrimonio per la figlia.» Mi sorrise. «Forza. Chiedimi quello che vuoi.»

Cosa avrei dovuto chiedere? Dovevo pensarci. Certamente soldi o un lavoro al di fuori della casa di mia zia sarebbe stato bello, ma non era il desiderio che si nascondeva nei recessi più profondi del mio cuore. «Potete far tornare indietro i miei genitori?» chiesi.

«Da dove?»

«Dalla morte.»

Il sorriso scomparve dal suo viso. «Temo che questo vada ben oltre le mie capacità.»

Sembrava che avesse preso sul serio la richiesta e cercai di ridere, anche se con poca convinzione.

«Non ho davvero pensato che avreste potuto.»

«Sono morti di recente?»

Scossi la testa. «È stato molto tempo fa. Ero solo un bambino.»

«Mi dispiace.»

La conversazione era finita su un argomento su cui non mi piaceva soffermarmi. Era sicuramente il momento di cambiare discorso. Mi sentii sollevato quando Milton tornò indietro saltellando, le orecchie sventolanti e la lingua penzoloni. La sua innocente gioia da cane mi diede una ragione per ridere. «Sono vere le voci?» chiesi, mentre Milton si voltava e correva nuovamente nel bosco. «Siete venuto qui per trovare moglie?»

«È quello che dicono?»

«La città è in fermento.»

«Le cattive notizie viaggiano in fretta.»

«Allora è vero?»

«Sono il principe, ma non l’Erede al trono. Per poter essere il vero erede del regno, devo essere nominato principe ereditario.»

«E per farlo dovete sposarvi?»

«La legge dice che devo prendere moglie prima del mio prossimo compleanno.»

«E quando sarà?»

«Tra due settimane.»

«Manca poco, non è vero? Cosa succederà se non lo farete?»

«Sarò costretto a rinunciare alla corona, al titolo, e sono in molti ad avanzare pretese sulla mia eredità.»

«Ahi.»

«Sul serio.»

«Perché qui? Avete fatto molta strada per trovare una sposa.»

Guardò verso di me imbarazzato. «Ho già rifiutato tutte le giovani donne della città, così mio padre mi ha portato nella tua contea con l’ordine esplicito di trovare una moglie.»

«Ed eccovi qui, a nascondervi nella foresta con il vostro cane.»

«Non ho detto di aver intenzione di collaborare.»

«Non volete essere il principe ereditario?»

Guardò il suolo della foresta, spingendo le mani in profondità nelle tasche. «Voglio davvero essere l’erede di mio padre. È solo che non voglio prendere moglie.»

Non ero sicuro di cosa rispondere, così scelsi di non dire nulla. Raggiungemmo la riva del fiume e Milton, che saltellava intorno a noi con allegria.

«Che mi dici di te?» chiese Xavier. «Sei sposato?»

«No.»

«Perché no?»

In parte perché non avevo mai desiderato le donne. Trovavo gli uomini molto più attraenti, ma non volevo dirglielo. «Sono solo un servo,» dissi. «Non ci penso neanche, davvero. Non mi viene pagato nemmeno uno stipendio adeguato. Non sono esattamente lo scapolo più ambito in circolazione.»

«È divertente, non è vero?» chiese Xavier. Mi voltai e lo trovai a fissarmi, una scintilla di divertimento negli occhi, mentre grattava le impressionanti orecchie di Milton.

«Cosa?»

«Abbiamo il problema opposto. Tutti vogliono sposare me.»

«Ed è una brutta cosa?»

«Il fatto è che non ha nulla a che fare con me e tutto a che fare con la corona. Neppure mi conoscono.» Mi rivolse un sorriso malizioso. «Potrei essere un lascivo verme ubriacone, con impulsi volgari e criminali, e i padri starebbero ugualmente in fila, pronti a vendermi le loro figlie come schiave.»

«Non l’ho mai pensata in questo modo.»

«Trovo la cosa barbara.»

Pensai alle mie cugine, uscite per acquistare nuovi abiti nella speranza di catturare l’attenzione del principe.

Deidre aveva ragione: ci sarebbe voluto più di un bel viso e un abito di seta perché ottenessero il loro premio. Non potei fare a meno di ridere. «E siete un lascivo verme ubriacone?»

Si lasciò andare a una risata forte e mi diede una pacca sulla schiena. «Solo nei giorni migliori.»

La sua attrazione per la mia canna da pesca fu di breve durata, ma rimase con me mentre pescavo. Si sedette su una roccia, alternando il gioco del riporto con Milton con l’intagliare un pezzo di legno che aveva trovato per terra. Sembrava non smettere mai di fare domande e io mi ritrovai a raccontargli dei miei genitori, della zia Cecile e delle mie cugine.

«Mi hai detto che sei un servo,» disse. «Ma sei suo nipote.»

«Preferisce che non le si ricordi questo fatto.» E, a dire il vero, anch’io. Un tempo avevo desiderato che lei fosse una madre per me, ma quei giorni erano ormai lontani.

Rimasi lì molto più tempo di quanto avrei dovuto. Il sole stava calando e Deidre aspettava il pesce.

«Devi andare?» mi chiese mentre raccoglievo le mie cose.

«Temo di sì. Mia zia si arrabbierà con me se non torno in tempo.»

«Posso fare la strada con te?»

Mi colpì ancora una volta l’assurdità che una tale domanda mi venisse posta dal principe, come se avesse bisogno del mio permesso. «Certo. Potrei invitarvi a venire a casa per mangiare un po’ di pesce. Sono sicuro che mia zia sarebbe felice di avervi…»

«A cena con le tue cugine in età da marito?» scherzò. «Preferirei di no. Inoltre, Milton ha delle maniere terribili a tavola.»

Mi misi a ridere, più che altro di sollievo. Ero contento che avesse declinato l’invito. Si sarebbe seduto a tavola nella sala da pranzo con la famiglia, mentre io li servivo. Conosceva il mio posto nel nucleo familiare, ma l’idea che ne fosse testimone era troppo dolorosa da sopportare. Mia zia avrebbe fatto di tutto per umiliarmi. Guardare Jessalyn e Penelope adularlo avrebbe solo peggiorato la situazione. Adesso era un segreto, un meraviglioso e felice segreto che apparteneva solo a me. L’ultima cosa al mondo che volevo fare era condividerlo.

«Questa non è la via che abbiamo fatto all’andata,» disse seguendomi attraverso il bosco. «Spero che tu non stia seguendo Milton.»

Milton era sfrecciato davanti a noi ancora una volta, apparentemente cercando di fiutare ogni albero che vedeva. «Devo prima fare una sosta.»

«Dove?»

«C’è una vecchia signora che abita qui. Le lascio qualche pesce.»

Lui non disse altro, si limitò a seguirmi mentre mi dirigevo alla grotta della strega.

«Che tipo di persona vive in una grotta?» chiese, mentre lasciavo il pesce su di una pietra liscia davanti all’entrata.

Mi strinsi nelle spalle. «Dicono che sia una strega. Può fare delle magie.»

Agitò una mano in un gesto sprezzante. «Non credo alla magia.» Guardò nella profondità della caverna, ma vi trovò solo il buio. Milton annusò l’ingresso, ma sembrava riluttante ad avventurarsi all’interno.

«Dicono che può trasformare le zucche in carrozze e topi in cavalli.»

Aggrottò la fronte. «Non mi sembra molto utile.»

Non ci avevo mai pensato su. Qual era l’utilità di quel tipo di magia? «Suppongo possa vendere i cavalli.»

«Allora perché non le lasci dei topi? E perché vive in una grotta?»

«Non lo so,» dissi, cercando di non sembrare infastidito. Era un principe, dopotutto, e le sue domande erano valide, anche se mi facevano sentire stupido.

«L’hai mai vista?» chiese.

«No.»

«Come fai a sapere che esiste?»

«Il pesce che le lascio sparisce sempre.»

«Probabilmente stai rendendo grasso e felice un grosso orso.»

Mi strinsi nelle spalle, sentendomi sciocco. Deidre mi aveva insegnato a lasciare sempre un’offerta per la strega. Sembrava una cosa abbastanza innocua, ma ora mi rammaricavo di aver permesso che lui assistesse.

«Ti ho fatto arrabbiare,» disse.

«No,» risposi, anche se non ero sicuro se fosse vero o meno.

Lui mi guardò pensieroso per un attimo, poi tirò fuori qualcosa dalla tasca. Lo poggiò accanto al pesce. Era una piccola scultura, quella che aveva lavorato mentre pescavo. Era un cane, rozzo e poco elegante, ma chiaramente ispirato a Milton. «Magari all’orso piacciono anche i soprammobili.»

Non era davvero per la strega. Era per me. Era un’offerta di pace e l’accettai con un sorriso. Continuò a seguirmi mentre lasciavamo la grotta della strega, arrivando infine nella radura dove ci eravamo incontrati la prima volta. Mi girai verso di lui, sentendomi a disagio. Era alto e regale e mi chiesi come avessi fatto a guardarlo senza accorgermi che fosse un nobile. Anche con Milton ansante ai suoi piedi, irradiava potere. «Mi sento come se dovessi inchinarmi o qualcosa del genere.»

Alzò gli occhi al cielo. «Ti prego di non farlo.»

Non potevo semplicemente dirgli addio e andare via. Mi sembrava sbagliato. Invece, gli porsi la mano. «È stato un grande onore conoscervi.»

Lui mi sorrise, stringendola. Le sue dita erano forti e calde. «L’onore è stato mio. Grazie per avermi insegnato a pescare.»

«Non c’è di che, Sire.» Le sue sopracciglia si abbassarono, il suo sorriso si trasformò in un’occhiataccia e io mi sbrigai a correggermi. «Xavier.»

Avrei voluto restare più a lungo. Avrei voluto avere una scusa per toccarlo di nuovo. Avrei voluto che quel giorno glorioso e magico durasse per sempre. Ma non potevo fermare il tempo. A malincuore, mi voltai per andarmene. Stavo per inoltrarmi tra gli alberi quando mi sentii chiamare.

«Verrai anche domani?»

Mi girai verso di lui, anche se si era già incamminato attraverso la radura.  «Non sono sicuro di poterlo fare.»

«Sono il principe, sai,» disse. «Potrei ordinartelo.»

Non riuscivo a capire se fosse serio o se stesse scherzando. «Dovrei dirlo a mia zia. È questo che volete?»

«No.» Abbassò lo sguardo a terra. «Suppongo di non averci pensato.»

Sembrava sinceramente deluso. Quel pensiero rese la mia bocca asciutta, fece agitare le farfalle nel mio stomaco e mi provocò un impeto di gioia dentro il petto.

Forse. Se mi fossi alzato presto. Se mi fossi affrettato a sbrigare le mie faccende. «Cercherò di andarmene dopo aver servito il pranzo,» dissi.

Il suo sguardo incontrò il mio e il suo sorriso si fece luminoso e bellissimo e incredibilmente contagioso. «Ti aspetterò.»

Marie Sexton

Marie Sexton vive in Colorado. È fan di qualsiasi cosa coinvolga giovani uomini muscolosi che si gettano l’uno sull’altro. In particolare, ama i Denver Broncos e le piace andare a vedere le partite con suo marito. I suoi amici immaginari l’accompagnano spesso. Marie ha una figlia, due gatti e un cane, e tutti loro sembrano uniti nell’intento di distruggere ciò che resta della sua sanità mentale. Lei, comunque, li ama lo stesso.

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2 recensioni per Cinder – Marie Sexton

  1. 4 out of 5

    Amarilli Settantatre – dicembre 29, 2014:

    Una versione personale della celeberrima fiaba, scritta con delicatezza e molta sensibilità.
    Cinder e il suo principe sono personaggi che non si possono non amare e il loro percorso di conoscenza, innamoramento e rivelazione è descritto con un crescendo di coinvolgimento emotivo che la dice lunga sull’abilità della Sexton.
    Stupendi anche alcuni dettagli di contorno, come l’entrata in scena del principe senza una scarpa, a fare da pendant con la principessa che perde la preziosa scarpetta, o lo scambio di battute della scena del ballo, con ogni parola carica di significato per quel che accade poi.
    Mi è piaciuto molto anche l’artifizio risolutore, sebbene la parte finale appaia forse un po’ sbilanciata per brevità rispetto ai capitoli precedenti. In realtà, ero talmente presa, che avrei voluto qualche pagina in più!

  2. 5 out of 5

    elyxyz – marzo 17, 2015:

    Mi è piaciuto tantissimo, l’unica pecca è che non vorresti che finisse mai!
    Davvero, ha il sapore delle vecchie favole, è ricco di sentimento e dolcezza, ma con qualche sana risata. Decisamente lo consiglio!

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