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Legato – L. A. Witt & Marie Sexton

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Titolo: Legato
Titolo originale: Roped in

Autore: L. A. Witt & Marie Sexton
Traduttore: Emanuela Graziani

ISBN: Edizione Ebook 978-88-98426-49-2
Lunghezza: 138 pagine
Collana: BDSM / Contemporaneo
Formato: pdf, epub e mobi

Trama:
Graham e il suo partner hanno dominato la scena del rodeo per dieci anni consecutivi, ma ultimamente il cuore di Graham non è più coinvolto. È stanco dei lividi, della mentalità dei cowboy e degli attivisti per i diritti degli animali che fanno picchetti a ogni evento. E poi c’è Jackson.

Graham e Jackson sono amici da quando sono ragazzini. Ma dopo un incontro sessuale dovuto a una sbornia avvenuto un anno prima, le cose tra loro sono diventate impacciate.

Graham ha accettato l’idea di poter essere gay, ma non importa quanto possa sentirsi attratto da un uomo, nel momento in cui i vestiti iniziano a cadere si fa sempre prendere dal panico e scappa.

Ma poi conosce uno degli attivisti e tutto cambia.

Kaz è giovane, idealista e sexy da morire. E Kaz ha un’idea precisa riguardo a come far sì che Graham superi le sue paure.

Tutto ciò di cui hanno bisogno è un po’ di corda.

Capitolo 1

«Dannati attivisti per i diritti degli animali.» Tenni la voce bassa, dando dei colpetti sul collo di Angel mentre lanciavo un’occhiataccia nella direzione delle grida e delle proteste che provenivano dall’esterno. «Non hanno davvero nulla di meglio da fare?»

Jackson grugnì. Aggiustò la cavezza di Petty Cash e lanciò uno sguardo truce nella stessa direzione. «Per essere un branco d’imbecilli ossessionati dalla crudeltà verso gli animali, dovrebbero essere abbastanza intelligenti da fare casino più distanti dai dannati fienili e dai rimorchi.»

Annuii e continuai ad accarezzare il collo di Angel. Al momento era tranquilla, masticava una delizia nonostante il rumore, ma salire dentro al rimorchio era una delle cose che detestava di più. Quell’animale era spettacolare da cavalcare per prendere al lazo il bestiame, e non si faceva intimidire per niente dal caos che c’era dentro e fuori l’arena durante un rodeo, ma che Dio ci aiutasse quando si trattava di caricarla. Un gruppo di stronzi che gridavano e sventolavano cartelli non era certo di aiuto.

«Che ne pensi?» chiese Jackson. «Aspettiamo che finiscano o ce ne andiamo e basta?»

«Andiamo.» Guardai prima Angel e poi lui. «Ti dico io cosa faremo, porterò il rimorchio dall’altro lato delle stalle e li caricheremo laggiù.»

Jackson annuì. «Buona idea.»

Lasciai Angel nella stalla e mi diressi verso il suono di slogan scanditi e di piedi sbattuti.

Gesù. Erano venuti in forze quella notte. Due settimane prima c’era stata forse una dozzina di persone. A quanto pareva avevano sparso la voce tra i loro amici, perché in quel momento c’era una vasta folla.

Alcuni degli altri concorrenti li avevano attaccati di tanto in tanto durante il weekend e tutto l’evento era stato vivacizzato da litigate rumorose, cowboy e hippy che se la prendevano gli uni contro gli altri. Non capivo come riuscissero a sentire una sola dannata parola, perché io udivo solo del rumore.

E la parte migliore? Stavano bloccando la strada che avevo bisogno di percorrere con il furgoncino e il rimorchio. Merda.

Però ero piuttosto certo che un paio di fari abbaglianti e un motore diesel li avrebbero persuasi a spostarsi, quindi iniziai a farmi largo a spallate tra la folla.

«Ehi.» Un tizio mi fermò mettendomi una mano piccola ma forte sul braccio. «Ma qual è il vostro cazzo di problema?»

Mi fermai e, quando mi voltai verso di lui, fui preso alla sprovvista. Aveva più l’aspetto di uno skater che di un hippy e, per quanto fosse odioso, era carino. Porca miseria. Davvero carino. Mi morì in gola qualsiasi risposta tagliente: ero troppo impegnato a notare il modo in cui i capelli scuri gli ricadevano sugli occhi blu e come il suo atteggiamento da “ne vuoi un po’?” attirasse l’attenzione sui jeans a vita bassa sui fianchi.

Si avvicinò. «Ti ho fatto una domanda, cowboy.»

L’aveva fatta, vero? E col cavolo che mi ricordavo quale fosse.

Mi schiarii la gola. «Scusa?»

Si avvicinò ancora di più e scomparve ogni pensiero sul fatto che fosse o meno attraente. La mia adrenalina s’impennò. Il suo atteggiamento e la sua espressione denotavano una sfida sfacciata, portando a galla tutto il mio istinto a combattere e non a fare fantasie. «Tu e quelli come te mi fate vomitare. Legare dei vitelli innocenti a quel modo? Obbligare i vostri cavalli a…»

«Obbligare i miei cavalli a fare cosa?» ringhiai. «A tollerare i dimostranti che li spaventano e li rendono ancora più claustrofobici?»

«Oh, il tuo cavallo è claustrofobico?» mi schernì. «Ma la metti comunque in un box, vero?» Indicò aggressivamente i rimorchi.

«Non hai idea di cosa…»

«Ehi.» La voce tonante di Jackson mise a tacere lui e la metà delle persone che avevamo intorno. «Lascialo passare, brutto frocio hippie del cazzo.»

Grande. Proprio quando pensavo che le cose non potessero peggiorare. Un po’ di supporto poteva essere utile, ma Jack era l’ultima persona che volevo coinvolta. Prendeva ogni brutto stereotipo del cowboy e lo elevava al centodieci per cento. E non mi sfuggì l’ironia che proprio lui usasse “frocio” come un insulto. Ne sapevo qualcosa di Jackson Fredericks.

«Potrei prendere a calci i vostri culi,» gridò, «e poi darli da mangiare alle vacche, brutte merde. Che ve ne pare?»

Già. Jack era proprio dotato sotto il profilo della diplomazia.

Ma almeno gli hippie si erano girati verso di lui, il che mi diede un’opportunità per sgusciare tra la folla e andare verso il mio furgoncino. Si voltarono tutti meno quello carino. Lui lasciò cadere il suo cartellone con scritto “Il rodeo è una tortura” per seguirmi.

«Aspetta.» Appena fuori dal caos della folla, mi si mise davanti bloccandomi il passo. Mi stava così vicino che potevo sentire il calore emanato dal suo corpo. Meglio non pensarci. «Non mi hai risposto. Se il tuo cavallo è claustrofobico perché lo metti in un box? Hai mai pensato a quanto sia crudele?»

«Il mio cavallo è una lei, non un lui, e il problema non è stare dentro un box. Le piace quello che fa qui,» risposi, indicando l’arena col dito, «anche se non gradisce il procedimento per farla entrare nel dannato rimorchio. E tutto questo casino peggiora solo le cose.»

Si fermò bruscamente, sbattendo le palpebre sorpreso. Pensai che non gli fosse mai venuto in mente che ai cavalli non dava fastidio essere bloccati in certi cubicoli, o che un gruppo di manifestanti potesse davvero aggravare la situazione piuttosto che dare una mano.

Uno a zero per i cowboy.

«Adesso puoi toglierti di mezzo così posso prendere il furgoncino e il rimorchio e portarla a casa? Non desidera altro che tornare nel suo fienile e nella sua stalla, che è un box nel quale le piace stare davvero, per poter mangiare e riposarsi.»

«Oh.» Fece un passo indietro, dandomi un po’ di spazio. Fui sollevato nel vedere che lo spirito combattivo lo stava abbandonando, ma anche deluso che si fosse allontanato. Però mi ricordò il mio obiettivo: andare a prendere il rimorchio.

Sempre che lui mi facesse passare.

Aspettai, mentre ci guardavamo l’un l’altro cautamente. All’improvviso le nostre battute erano andate perse. Quando non aggiunse altro, lo superai, sfiorandolo. Mi permise di fare un altro passo verso il mio mezzo prima di parlare di nuovo: «E che mi dici dei vitelli? Suppongo mi dirai che a loro piace essere legati al collo e messi in un hog-tie.»

Sospirai, frustrato. «No,» concessi, girandomi per fronteggiarlo di nuovo. «Probabilmente a loro non piace. Ma le vacche non sono esattamente le creature più intelligenti su questa terra…»

«Sono stupide, quindi va bene?»

«Volevo soltanto dire che non gli facciamo del male. Non nel modo che a voi dannati attivisti piace pensare. Ora, abbiamo finito? Perché, se vuoi davvero discutere di cosa sia e non sia crudele da queste parti, sarò felice di sedermi con te e parlare come due adulti civili. Ma questo?» Gesticolai verso il suo gruppo di manifestanti che aveva aumentato il volume delle proteste dopo il contrasto con Jackson. «Questo non aiuta nessuno.»

«Dillo al tuo amico omofobico,» ringhiò. L’ostilità nella sua voce e nella postura si spostò su qualcosa di decisamente più personale rispetto alle proteste anti crudeltà.

«Dirgli cosa?» chiesi di rimando. «Che tutte le grida e gli insulti sono controproducenti?»

Il ragazzo strinse gli occhi e tese le labbra in una linea ancora più netta. Poi espirò e scosse la testa. «Vaffanculo.»

Girò sui tacchi prima che potessi rispondergli e la folla lo inghiottì. Fissai lo spazio che aveva occupato. Ma che cazzo? Jackson aveva toccato un tasto dolente? Dio sapeva che lo aveva toccato con me più di quante volte avessi voglia di ammettere. Eravamo una coppia fantastica nell’arena, ma di certo su alcuni argomenti non la vedevamo allo stesso modo, quindi sapevo quanto bruciassero quei commenti, anche se venivano buttati lì solo per provocare. Jackson non aveva modo di sapere se quel ragazzo fosse gay o meno. Sapeva soltanto che bastava chiamare qualcuno frocio o finocchio per fargli saltare i nervi.

Ma negli occhi di quel ragazzo c’era del dolore autentico.

Allora è carino ed è gay?

Scossi la testa e mi diressi verso il furgoncino. Non aveva senso crogiolarmi in quel pensiero. Carino e gay o no, quel ragazzo pensava che fossi un mostro. E probabilmente pensava che la mia mancanza di proteste ai commenti di Jackson significasse che ero d’accordo con lui.

Tirai fuori le chiavi dalla tasca dei miei jeans e salii nell’abitacolo. Avviai il motore e parecchie teste si girarono. Alcune persone sgomitarono i loro amici e fecero cenno verso di me. Accesi le luci, gli abbaglianti, e diedi gas forte, così che chi era davanti a me potesse capire che facevo sul serio. Avanzai lentamente e la prima linea della folla iniziò a farsi da parte per darmi spazio.

Non smisero di gridare e protestare però. Sbatterono i cartelli contro il mio furgoncino (un graffio alla vernice della mia bambina e giuro su Dio…) e urlarono, ma almeno mi fecero passare. Non stavo cercando il ragazzo. Ero troppo impegnato a muovermi attraverso la massa di manifestanti, accertandomi di non investire nessuno di quei dannati imbecilli. Mi stavano facendo passare, ma non è che avessi fatto aprire il Mar Rosso.

Però, non appena mi liberai dell’ultimo manifestante, alzai lo sguardo e che io sia dannato se non incrociai il suo sguardo. Non stava gridando. Non stava sventolando cartelli. Guardava proprio me. Sostenne il mio sguardo per un secondo, poi scivolò fra la folla e sparì.

Afferrai più forte il volante, imponendomi di guardare avanti e di non cercarlo di nuovo. Mi concentrai finché non mi sbarazzai finalmente della folla, digrignando i denti mentre colpivano ancora il furgoncino e il rimorchio prima che fossi del tutto fuori dalla loro portata.

Intercettai con gli occhi un movimento nello specchietto retrovisore: Jackson si stava allontanando dalla folla con passo svelto. Rallentai abbastanza per farlo saltare nel retro, poi lasciai i manifestanti nella polvere andando a fermarmi dietro ai fienili dove ci aspettavano i nostri cavalli. Jackson saltò giù sul terreno polveroso mentre io scendevo dall’abitacolo.

«Cavolo, quegli stronzi hanno proprio bisogno di trovarsi degli hobby,» brontolò. «O meglio ancora, dei lavori veri.»

«Già,» dissi, asciutto.

Mi guardò mentre ci dirigevamo verso il fienile. «Che succede? Ti hanno rotto o cosa?»

«Io…» Deglutii. Poi mi fermai e, quando lo fece anche lui, ci guardammo l’un l’altro. «Senti, so che questi tizi ti fanno incazzare, fanno incazzare tutti, ma è troppo chiedere di tenere i tuoi commenti sui froci per te?»

Mi fissò per un istante, come se stesse cercando di decidere quanto prendermi sul serio, poi rise e mi diede una pacca sul braccio talmente forte da farmi quasi perdere l’equilibrio. «Dacci un taglio, amico. Li stavo solo facendo arrabbiare.»

«Già, beh.» Raddrizzai le spalle. «Forse potresti lasciar stare quella parte?»

Il suo umorismo svanì, il suo sguardo era al limite dell’occhiataccia. «Hai un debole per quegli stronzi?» Gesticolò in direzione dei manifestanti.

Forse per uno di loro.

«No, ma sai fin troppo bene che non mi piacciono i commenti sui gay.»

Ci guardammo di nuovo negli occhi. Mi stava senza dubbio gelando con lo sguardo e in un angolo della mia mente udii una discussione che si era svolta in passato.

«Non sei uno di loro, quindi cosa t’interessa?»

«Giusto. E suppongo che neanche tu lo sia.»

«Ehi. Ehi! È successo una volta. Una cazzo di volta. Non sono un fottuto finocchio, Graham.»

Quella conversazione era finita a pugni e con un naso sanguinante. Quella notte non ero in vena di nessuna stronzata, quindi interruppi il contatto visivo e feci un cenno verso la stalla. «Facciamo questa cosa e andiamocene da qui.»

Caricammo i cavalli senza altri guai, ma senza il nostro solito scambio di battute amichevole. Anche se mi ero tirato indietro dalla discussione, eravamo in una situazione pericolosa. L’abitacolo del mio furgoncino dava l’impressione di essere troppo piccolo per entrambi e il tragitto fino a casa sembrò durare un’eternità.

Immagino che Angel non sia la sola a diventare claustrofobica.

Arrivati al mio fienile, portammo i cavalli nelle loro stalle e li sistemammo per la notte.

«Beh, allora…» Mi schiarii la gola. «Ci vediamo domani, immagino.»

Inclinò la testa. «Non mi inviti neanche dentro per una birra?»

Era un po’ che non lo facevamo, ma in passato era stata una cosa fissa. Prima…

Prima di quella notte.

Ma anni di amicizia e cameratismo non riuscivano a vincere quell’unico incontro imbarazzante. Fin da allora le nostre conversazioni si erano fatte sempre più innaturali e spiacevoli. L’unica cosa rimasta intatta tra di noi era il rodeo e, anche se avevamo gareggiato insieme per dieci anni, la verità era che stavo perdendo il mio amore per l’arena. Stavo diventando troppo vecchio per i lividi e la mentalità dei cowboy mi stava stancando. Ma non potevo parlare neanche di quello con Jackson, lo aveva sempre preso come un affronto personale.

«Non stasera,» gli dissi. «Preferirei andarmene a letto.»

«Ok, fai come vuoi.» Si voltò mentre borbottava: «Ci vediamo domani.»

Fu un sollievo quando se ne andò. Angel grugnì mentre lui lasciava la stalla, avrei potuto giurare che stesse mostrando lo stesso disgusto che avevo provato io poco prima.

«Non preoccuparti di lui. È un dannato idiota.»

Lei soffiò e annusò il fieno accanto ai suoi zoccoli.

«Esattamente.» Le diedi dei colpetti sul collo. «Non vale un altro pensiero. E neanche quel dannato ragazzo.»

Lei alzò la testa per guardarmi di traverso.

Quella maledetta cavalla sapeva sempre quando stavo mentendo.

Sospirai e iniziai a strigliarla. L’avevo già fatto una volta al rodeo, ma non era certo un male farlo due volte. Era una routine familiare che di solito rilassava entrambi. Funzionava sempre con lei, ma quella sera non riuscii a trovare conforto nell’odore del fieno, nei suoni dei cavalli o nel frinire dei grilli all’esterno. Sembrava che non ci fosse modo di nascondermi dai miei pensieri da traditore.

Io e Jackson ci conoscevamo sin da ragazzini. Eravamo stati amici e compagni in tutti i modi possibili, tranne uno. E da qualche parte lungo la strada, avevo iniziato a desiderare quell’ultima connessione. Mi ero innamorato di lui. Avevo passato anni a struggermi per lui, ad avvicinarmi a lui, sentendo i suoi occhi su di me, chiedendomi se provasse la stessa cosa.

Una notte mi aveva provato che era così. Ma io mi ero fatto prendere dal panico e avevo rovinato tutto. E, nell’anno successivo, mi aveva tolto tutto. Gareggiavamo ancora insieme e contavamo ancora l’uno sull’altro nell’arena, ma nient’altro fu più come prima.

Sospirai mettendo via le spazzole nella selleria. Non volevo pensare a Jackson, eppure quel pensiero sembrava essere più innocuo dell’altro soggetto di cui chiacchierava il mio cervello.

Quella scena al rodeo.

I manifestanti mi facevano perdere la testa. Avevo riso come tutti quando Jack e alcuni degli altri avevano minacciato di sparargli addosso della ghiaia. Non che l’avrei mai fatto, ma il loro atteggiamento così superiore mi aveva infastidito rapidamente.

Dovevo ammettere, però, che non riuscivo a togliermi dalla testa il ragazzo che mi aveva fronteggiato. Non sapevo se mi ero fissato su di lui perché mi aveva risvegliato delle emozioni sopite da tempo (e da quando era il mio tipo, comunque?) o perché mi dispiaceva per il dolore nei suoi occhi quando aveva accennato agli insulti di Jackson. Qualsiasi cosa fosse, non riuscivo a smettere di pensare a lui.

E, per la prima volta da quando avevano iniziato a venire, desiderai che i manifestanti fossero anche al rodeo seguente.

Marie Sexton

L.A. Witt

Marie Sexton vive in Colorado. È fan di qualsiasi cosa coinvolga giovani uomini muscolosi che si gettano l’uno sull’altro. In particolare, ama i Denver Broncos e le piace andare a vedere le partite con suo marito. I suoi amici immaginari l’accompagnano spesso. Marie ha una figlia, due gatti e un cane, e tutti loro sembrano uniti nell’intento di distruggere ciò che resta della sua sanità mentale. Lei, comunque, li ama lo stesso.

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L.A. Witt è un’anormale scrittrice di romanzi M/M che è stata finalmente liberata dal labirinto di mais di Omaha, in Nebraska, e che ora passa il tempo sulla costa sud-occidentale della Spagna. Mentre si chiede come ha fatto a non perdere la testa a Omaha, esplora il paese con il marito e alcuni criceti chiaroveggenti.

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