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Spazio di tenebra – Marie Sexton

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Titolo: Spazio di tenebra
Titolo originale: Blind Space

Autore: Marie Sexton
Traduttore: Viola Lodato

Edizione Ebook978-88-98426-43-0
Lunghezza:148 pagine
Collana: Sci-fi
Formato: pdf, epub, mobi

Trama:
Il capitano Tristan Kelley gode del lusso di prestare servizio nella Regency, così come del piacere nel letto del suo principe. È una vita facile, anche se non del tutto felice.

Quando il principe decide di fare un viaggio attraverso la spazio profondo e più pericoloso, Tristan deve andare con lui; qualcuno all’interno della Guardia, però, è un traditore.

Reso cieco e tenuto prigioniero, Tristan si ritrova in balia di Valero, un pirata che non ama per niente la Regency.

Valero è determinato a sedurre Tristan, e Tristan teme di non riuscire a resistergli. Il suo dovere è chiaro, ma lo è anche il suo desiderio.

I giorni passano e nessuno dice nulla, né si parla di un riscatto da parte della Regency, e Tristan comincia a mettere in discussione cosa significhi lealtà per il suo principe e per l’uomo che lo tiene prigioniero. Inizia a rendersi conto che l’essere un prigioniero può essere ciò che lo può liberare.

Capitolo 1

La nave pirata aveva una forma lunga e sottile. Sulla prua era stato dipinto un appariscente teschio gigante con le ossa incrociate. Non si poteva dire che passasse inosservata.

«Non mi piace,» dissi per almeno la quinta volta quel giorno, mentre stavo in piedi di fronte alla porta-finestra del principe e osservavo quella sfrontata mostruosità. Il sole stava tramontando, basso nel cielo sopra lo spazioporto di Roland. Si sarebbe fatto buio nel giro di un’ora. «Siamo un bersaglio troppo facile. Tutto quello che devono fare è seguirci.»

«Lei si preoccupa troppo, Capitano Kelley.»

Quella risposta non mi sorprese. Alla fin fine, avevamo girato intorno all’argomento per tutta la giornata. Mi voltai per guardare Rikard. Il Principe Rikard. Non era davvero un principe, ma era il titolo che preferiva. Suo padre era uno dei reggenti dell’Impero, sicuramente uno dei quattro uomini più potenti del quadrante, e uno dei più ricchi. A Rikard piaceva assicurarsi che tutti lo sapessero.

«E se sapessero che voi siete a bordo?» chiesi.

Rikard si appoggiò al comò indossando soltanto una vestaglia in pelliccia che si aprì, rivelando la pelle liscia e pallida del suo petto. I suoi capelli scuri erano scompigliati ad arte, anche se non si era scomodato ad abbandonare la privacy di camera sua per tutto il giorno. Sembrava terribilmente annoiato da quella conversazione.

«Come potrebbero? E comunque più resteremo qui, più possibilità avranno di scoprirlo. Meglio andarcene ora, prima che lo vengano a sapere.»

Sospirai. Sì, aveva senso. Forse. Ma una volta lasciata l’orbita, saremmo stati facili prede. La nostra piccola nave aveva qualche armamento a bordo, ma niente che fosse in grado di tenere testa a un mezzo come quello.

Il nostro codice di protezione era l’unica cosa che poteva difenderci dalle loro barbarie. Ogni briciola del mio istinto mi diceva di stare a Roland fino a quando i pirati non se ne fossero andati. «Non c’è alcun motivo per non aspettare,» replicai.

Rikard accese una delle sue costose sigarette importate e soffiò il fumo blu e denso nella mia generica direzione. Lo faceva sempre quando cominciavo ad annoiarlo. «Non voglio sprecare altro tempo su questo pianeta dimenticato.»

«C’è tutto il tempo del mondo. Non importa se raggiungerete Belhah la prossima settimana o il prossimo mese.»

Per lui non era altro che una bizzarra gita di piacere, dopotutto. Non importava che le otto guardie del corpo, io e il Capitano Jerald avessimo dovuto lasciare le nostre case – e qualcuno, anche le famiglie – per accompagnarlo. Non importava neppure che in quanto capitano della guardia toccasse a me prendere certe decisioni. «Sarà più sicuro aspettare.»

Rikard alzò gli occhi al cielo ed espirò altro fumo. «Ho preso nota della sua obiezione, Capitano Kelley.» Si voltò per far cadere la cenere in un contenitore di vetro sulla cassettiera. «Faccia sapere al Capitano Jerald che ce ne andremo subito.»

Serrai la mascella e strinsi i pugni, mordendomi la lingua per non protestare. Sapevo riconoscere una sconfitta. «Sissignore.»

Ero quasi fuori dalla porta quando chiamò: «Trissy?» Quel nomignolo mi aveva sempre infastidito.

Mi fermai, ma non mi voltai per guardarlo. «Sì?»

«Mi aspetto che ritorni qui quando saremo partiti.»

***

L’accesso di Rikard alle risorse della Regency non includeva le astronavi e così era stato costretto ad assumere un pilota indipendente per quel viaggio. Jerald non faceva parte della Regency, né della sua milizia. Tecnicamente, non aveva alcuna autorità su me o sui miei uomini, ma aveva messo in chiaro il primo giorno che era il capitano della sua nave. La determinazione di Rikard ad andarsene lo rese tutt’altro che contento.

«È uno stramaledetto stupido!» imprecò Jerald. «Vuole farci catturare tutti?» Jerald aveva almeno quindici anni più di me. Era un uomo rude e muscoloso, cinico e con un corpo segnato da numerose cicatrici. Mi faceva sentire inadeguato in ogni modo immaginabile. Eravamo più o meno della stessa altezza, circa due metri, ma io ero sempre stato smilzo. A prescindere da quanto tempo potessi passare in palestra, non avrei mai ottenuto la sua forma fisica. Mi faceva sentire piccolo.

«Ho cercato di convincerlo,» dissi, solo per fargli sapere che non ero stupido come il nostro datore di lavoro.

«Se quei bastardi ci seguono, siamo fottuti,» ribatté Jerald. «Non possiamo superarli in velocità. Non possiamo sconfiggerli in combattimento. Non ci sono neppure delle dannate pattuglie della Regency a proteggerci nello spazio profondo.»

«Lo so.»

«Niente a parte quello stramaledetto codice di protezione tra noi e loro, non è una grande sicurezza.»

«Lo so,» ripetei. Il codice avrebbe impedito ai pirati di abbordare la nave se fossimo stati catturati ma, come diceva Jerald, non era una grande sicurezza. Saremmo comunque stati alla loro mercé. Avrebbero potuto far saltare i portelloni e lasciare che il vuoto dello spazio ci uccidesse, per poi vendere la nave dopo averla recuperata.

O potevano semplicemente aspettarci. Una volta che cibo e aria avessero cominciato a scarseggiare sul nostro piccolo veicolo, qualcuno sarebbe impazzito e avrebbe aperto le porte. Quindi i pirati avrebbero potuto chiedere un riscatto o venderci agli schiavisti, per poi fare ciò che volevano con la nave.

Jerald sospirò pesantemente. «Non sono sicuro che sia valsa la pena di iniziare questo viaggio.» Si voltò verso i controlli e cominciò a dare pugni ai pulsanti con una spietata efficienza. «Farsi pagare il doppio non è sufficiente se finisco chiuso nella cella di un pirata o portato via per poi essere venduto a una miniera in mezzo al nulla.»

Le sue parole mi sorpresero. «L’hanno pagata il doppio?» domandai, cercando di non sembrare troppo scioccato.

Jerald rise. «Certo che sì! A lei no?»

Certo che no. Avevo chiesto a Rikard una cifra extra per tutti gli uomini della guardia, ma mi aveva giurato di non poterselo permettere. Sai che il mio stipendio è misero, Trissy, si era lagnato. Lamentarsi su quanto fosse irrisoria la parte di soldi del padre a cui aveva accesso era uno dei suoi passatempi preferiti. E poi, sarebbe stata una vacanza per tutti, una volta arrivati a destinazione!

Quella parte era vera, se non altro. Una volta raggiunto il pianeta Belhah, luogo turistico, ci sarebbero stati un sacco di modi per far dimenticare agli uomini quanto poco erano stati pagati. E questo era il motivo per cui molti dei più giovani avevano colto la palla al balzo quando si era presentata l’occasione di accompagnare il principe, mentre i più anziani avevano deciso di restare a casa. Gli uomini della Regency controllavano i quadranti per tenerli relativamente al sicuro, ma attraversare lo spazio profondo tra di essi era sempre rischioso. Qualsiasi fossero i piaceri che offriva Belhah, li avrebbero potuti trovare anche più vicini a casa. Il risultato fu che mi ritrovai con una ciurma troppo giovane e priva di esperienza.

«Metterò in funzione i motori,» disse Jerald. «Ma non ho intenzione di partire prima che faccia buio. Se avremo fortuna, quei dannati pirati saranno in giro a ubriacarsi e ad andare a puttane e non noteranno la nostra partenza.» Sembrava un buon piano.

Evitai il più possibile di andare negli alloggi di Rikard. Trovai gli uomini intenti a giocare a carte e li informai degli ordini del principe, poi andai verso gli alloggi. Tra tutte le persone a bordo, solo io, Rikard e Jerald avevamo delle stanze private. La mia era piccola, ma gli altri uomini erano stipati in quattro per alloggio. Ero grato per quei piccoli privilegi.

Mi misi i vestiti che usavo per allenarmi e mi diressi verso la stanza situata nella profondità della nave che serviva come una sorta di palestra per me e per i miei colleghi. Corsi sul tapis roulant fino a quando non sentii le gambe come di gomma e i polmoni in fiamme.

Avevo venticinque anni ed ero piuttosto giovane per essere il capitano della guardia personale del principe. Sapevo che sarei dovuto essere contento, e a volte lo ero. Ma c’erano momenti, come quello, in cui ero bloccato in una lattina nel mezzo del nulla solo perché Rikard si era stufato delle puttane che aveva a casa, e non potevo fare a meno di desiderare di essere ancora un tenente nel mio vecchio reggimento.

Una volta tornato nelle mie stanze, mi feci una doccia e mi vestii. Quando fui pronto, rimasi davanti allo specchio a sistemarmi l’uniforme, senza sapere bene perché lo stessi facendo. Sapevo che non avrei continuato a indossarla a lungo. Non era quella standard, ma quella delle guardie personali di Rikard. Era rigida e scomoda, con troppi strati di tessuto. Era stata creata per l’estetica, non era funzionale. Era scomodissima per combattere, ma ci dava un’aria rispettabile. Faceva sentire Rikard importante.

Pensai ai pirati. Li avevo notati mentre sbrigavano i loro affari al porto. Se la loro nave era bizzarra, non era niente rispetto a loro. Era impossibile non notarli. Quasi tutti avevano rasato alcune parti del capo e tatuaggi sul cuoio capelluto.

Molti di loro avevano fatto crescere ciò che restava dei loro capelli trovandosi con delle lunghe creste, a volte con le punte sparate, altre volte cotonate, dipinte con tinte sgargianti e colori innaturali. Indossavano camicie di seta e stivali in pelle – tutto rubato, senza ombra di dubbio – e gli uomini che avevo visto si truccavano più pesantemente delle prostitute delle nostre parti.

Si pavoneggiavano. Li trovavo disturbanti.

Controllai un’ultima volta la mia uniforme allo specchio, chiedendomi per un istante se potessi darmi un po’ di soddisfazione, anche solo per un momento. Alla fine, giunsi alla conclusione che non ci fosse motivo per non farlo. Un mobiletto metallico installato nel muro della mia stanza svolgeva la funzione di cassettiera. Mi inginocchiai e rimossi l’ultimo cassetto. Nascosta lì in fondo c’era una borsa. Il cuore cominciò a battermi all’impazzata mentre la tiravo fuori. Il mio membro si inturgidì confinato nei pantaloni dell’uniforme.

Era stato un rischio portare quelle cose a bordo, ma trovandomi ad affrontare settimane o anche mesi lontano da casa non ero stato in grado di lasciarmi tutto alle spalle. Era un piccolo piacere. Perché dovevo negarmelo?

Frugai nella borsa, accarezzando ciò che vi era nascosto, desiderando di poter fare di più. Avrei voluto tirarli fuori e sentirli contro la mia carne…

Ma non potevo.

Con un sospiro, rimisi la borsa nel nascondiglio. Riposizionai il cassetto che la nascondeva e mi sistemai l’erezione prima di lasciare camera mia.

Ci si aspettava da me che svolgessi un ultimo compito quella sera.

***

Rikard mi stava aspettando. Era leggermente ubriaco, con ancora indosso nient’altro che quella vestaglia di pelliccia.

«Capitano Kelley,» disse, tirandomi dentro per la cintura. «Mi ha fatto aspettare così a lungo.»

«Le mie scuse, signore.»

«Oh, Trissy,» mormorò Rikard come se facesse le fusa mentre mi si avvicinava e iniziava ad aprirmi i pantaloni. «Non fingere di non sapere perché sei qui.» Mi mise un braccio intorno al collo e mi baciò. Le sue labbra erano fredde, ma la sua lingua era dolce e sapeva di fumo per via del suo tabagismo. Il mio corpo cominciò a rispondere a quei gesti, come sempre. A volte pensavo che il mio cazzo reagisse così solo per farmi un dispetto. «Scopami, Trissy,» sussurrò. «Non vuoi scoparmi?» Lo volevo? Era una domanda che mi ero fatto spesso, sia prima che dopo averlo fatto. Non amavo il principe – mi piaceva a malapena la maggior parte delle volte – e sebbene quel compito sembrasse spesso più un dovere che un piacere, rimaneva il fatto che il solo vedere Rikard togliersi la vestaglia per poi mettersi carponi davanti a me supplicandomi di scoparlo mi faceva sempre cogliere l’occasione. Ero consapevole di essere debole, ma non cambiava nulla.

Quando afferravo i fianchi del principe per affondare in lui da dietro, mi dimenticavo sempre come mai provassi avversione per lui. A prescindere dai suoi difetti, quell’uomo era una gran scopata. Un diavolo a letto.

Ovviamente, una volta finito, Rikard avrebbe acceso una delle sue costose sigarette. Si sarebbe rimesso la vestaglia e mi avrebbe congedato con un movimento del suo polso snello. Non feriva mai i miei sentimenti. Il mio orgoglio, però? Il mio orgoglio ne soffriva un po’ ogni volta. Erano quelli i momenti in cui mi chiedevo se fosse stata la mia disponibilità a letto a portarmi a quella promozione, e non la mia bravura come capitano.

«Coraggio, Trissy,» gemette Rikard, strofinandosi più forte contro di me, guardandomi con occhi vitrei e supplicanti. «Scopami, tesoro. So che lo vuoi.» Le sue pupille erano dilatate. C’era qualcosa in più di alcool e tabacco importato che gli scorreva nelle vene. Lo sapevo bene. La droga preferita di Rikard lo rendeva più lascivo, addirittura disperato. Si eccitava di più pur facendo più fatica a raggiungere l’orgasmo.

Sarebbe stato d’aiuto se ne avessi usata un po’ anch’io, ma odiavo il modo in cui ti faceva sentire al mattino.

«Scopami,» ripeté Rikard mentre cominciava a masturbarsi. «Trissy, ne ho bisogno. Per favore.»

Sospirai e iniziai a togliermi il rigido cappotto dell’uniforme. Nel bene e nel male, sarebbe stata una notte molto lunga.

Marie Sexton

Marie Sexton vive in Colorado. È fan di qualsiasi cosa coinvolga giovani uomini muscolosi che si gettano l’uno sull’altro. In particolare, ama i Denver Broncos e le piace andare a vedere le partite con suo marito. I suoi amici immaginari l’accompagnano spesso. Marie ha una figlia, due gatti e un cane, e tutti loro sembrano uniti nell’intento di distruggere ciò che resta della sua sanità mentale. Lei, comunque, li ama lo stesso.

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5 recensioni per Spazio di tenebra – Marie Sexton

  1. 4 out of 5

    Silvia71 – gennaio 22, 2015:

    Posso fare i complimenti per la copertina? Di solito non mi lascio ammaliare ma questa è splendida, avrei preso il romanzo anche senza leggerne la trama.
    Non ho ancora compreso se mi piaccia o meno il genere sci-fi negli M/M, però posso affermare con certezza che questo mi è piaciuto molto, non gli ho dato cinque stelline solo perché l’ho trovato un po’ troppo breve, per il resto è stata una bella lettura, originale e passionale al punto giusto.
    Esiste un seguito per Tristan e Valero?

  2. 5 out of 5

    goten (acquirente verificato) – gennaio 24, 2015:

    Stupendo è la prima parola con il quale posso descriverlo. Mi è piaciuto tutto! Lo stile scorrevole, la storia intrigante e particolare. Questo genere è spettacolare! Non lo avevo mai letto prima ed è stato bello essere catapultata nello spazio con loro sulle loro navi!
    Ma non posso nemmeno non ringraziare chi ha creato la copertina: meravigliosa! E’ uno spettacolo per gli occhi! Complimenti per tutto!
    E’ assolutamente da leggere!

  3. 4 out of 5

    Amarilli Settantatre – gennaio 25, 2015:

    Se si esclude la presunta ambientazione fantascientifica (che è solo un pretesto, diciamolo: non basta nominare astronavi e pirati dello spazio per assurgere al genere), è una novella molto sensuale e ben congegnata.
    Sarà perché sin dai tempi di Capitan Harlock ho mantenuto un debole per certi personaggi sbruffoni/tormentati alla Valero, sarà perché l’elemento carceriere sexy/prigioniero intrigato affascina sempre, ma ho letto con gusto tutta la storia. Per carità, nessun vero colpo di scena e svolta romantica assai intuibile, però le scene d’amore rivelano come sempre la grande maestria della Sexton. Io credo che quando concludi una scena e ti senti lievemente accaldata, l’obiettivo dell’autrice di farti entrare in sintonia con i personaggi sia riuscito alla perfezione. E qui mi sono sentita spesso accaldata!
    Traduzione impeccabile. Cover immaginifica che si addice a pennello.

  4. 5 out of 5

    queenseptienna – marzo 24, 2015:

    Mi è piaciuto un sacco

  5. 4 out of 5

    Uno di quei libri che io chiamo brevi ma intensi. Le situazioni narrate sono credibili, i personaggi principali hanno la giusta dose di eccentricità che li rendono particolari. Sorprendente la trovata dell’autrice di dipingere i pirati come un gruppo di uomini in pieno stile anni ’80 con tanto di creste colorate, piercing, occhiali a specchio, tatuaggi su tutto il corpo e in lotta contro il sistema.
    Un romanzo breve, ma con tutte le caratteristiche di una storia di più ampio respiro. Una storia che mi ha fatto divertire e che mi ha sorpreso, in cui ho rivisto dei fili narrativi tipici dei classici di altri tempi. Scene di sesso ben dosate e mai volgari. Una trama che incuriosisce e che (grazie a Dio!) non punta il dito contro la diversità ma contro l’ingiustizia di un mondo che forse potrebbe essere il nostro…

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